Intervista a Lilia Derenzini
Posted By Aurora Alicino | September 19, 2011
Una nuova intervista per la rassegna pavese Leggevamo Quattro Libri al Bar, alla scrittrice Lilia Derenzini.
A.A.: Cara Lilia, piacere di ritrovarla.
L.D.: Il piacere è tutto mio.
A.A.: Sulla sua biografia online ho letto che si definisce europea. Vuole raccontarci di questo amore per l’Europa e la sua storia?
L.D.: Il mio amore per l’Europa nasce dal fatto che sono nata in una città che non è più italiana, e quindi mi sono sempre sentita europea fin da quando, da ragazzina, ho cominciato a sentir parlare di Europa e di Italia. Soprattuto io credo nell’Europa, sono convinta che noi europei possiamo ancora dire qualcosa al resto del mondo, basta che siamo orgogliosi delle nostre radici, della nostra storia, della nostra cultura. Ciò non significa che gli altri non sono alla nostra altezza, vuol dire che
l’Europa deve farsi sentire di più, soprattutto dal punto di vista culturale. Questo mio sentirmi europea mi ha portata quand’ero già in pensione a seguire un corso di storia dell’Europa contemporanea all’università, anche perché volevo capire come poter scrivere un libro di storia io stessa, continuando a seguire questa mia passione.
A.A.: È poetessa e scrittrice di racconti. Qual è la forma espressiva che preferisce e perché?
L.D.: Ho più facilità a scrivere poesie perché sono sempre stata leggermente romantica, sognatrice e forse perché ho insegnato lingue per tanti anni e mi piace trovare un’armonia scegliendo le parole giuste. Per me la parola è importantissima, ma anche il silenzio: mi sono accorta che tante volte ho scritto del silenzio e non mi ha mai spaventata la solitudine. Penso che il poeta debba saper dare un contenuto anche al silenzio, all’essere solo. Tuttavia preferirei scrivere racconti e romanzi, e sto imparando a farlo, ma non è facile al giorno d’oggi. Ci sono tantissime persone che scrivono su tantissimi argomenti e a me piace essere originale, son sempre stata bastian contrario fin da giovane. Ed è molto difficile trovare argomenti originali che possano interessare la gente di oggi, mitragliata da messaggi di ogni genere.
A.A.: Quali sono le più grandi fonti di ispirazione nella sua scrittura?
L.D.: L’amore, soprattutto quello del mio compagno che purtroppo è morto due anni fa. La famiglia, perché ho avuto una famiglia diciamo singolare. Mio padre, che per me è sempre stato una guida, era stato un antifascista, molto coraggioso, e si è rifatto una vita dopo la deportazione qui a Pavia diventando direttore dell’azienda del gas e dei trasporti. Ha molto amato mia madre ed è stato un padre meraviglioso, anticonformista, mai padre-padrone. Ho avuto un’infanzia e una gioventù molto belle con loro. Ho avuto due fratelli e siam sempre stati abbastanza uniti. Non ho avuto figli purtroppo però ho due nipoti, figli del mio fratello minore a cui ho fatto praticamente da baby sitter e da mamma, e sono molto attaccata a questi ragazzi, come sono attaccata ai miei parenti fiumani che vedo solo poche volte perché non abitano qua.
Inoltre ho sempre avuto molti interessi: i viaggi, la politica… ma quella vera, non quella che sentiamo sempre ai telegiornali. Io penso che gli italiani siano molto migliori dei loro governanti, dall’estrema destra all’estrema sinistra, comprendendo tutti.
A.A.: È anche un’appasionata lettrice. Infatti ci incontriamo spesso agli appuntamenti della – amichevolmente detta – Quattro Libri. Quale genere predilige?
L.D.: Fino a qualche anno fa leggevo molto libri che parlavano della deportazione degli antifascisti e degli ebrei. Sono cose tristi ma quando ero bambina nostro padre ci raccontava i suoi ricordi della deportazione, ci scriveva da lontano e sono rimasta molto coinvolta. Poi invece, appunto perché scrivevo di queste cose, mi sono appassionata molto alla storia della mia città, sia degli esuli che della gente che è rimasta là. Infatti conosco dei giornalisti che vivono là e quando avado a Fiume mi
incontro con loro. E mi piace tantissimo anche la storia di Pavia, fin da quando ero ragazzina, perché gli anni più belli li ho passati a Pavia, ed è una città che ho sempre adorato dopo Fiume.
A.A.: Ci consigli le scrittrici che considera imperdibili.
L.D.: Mi piacciono molto Dacia Maraini e Doris Lessing. E poi Anna Maria Mori, giornalista che vive a Roma nativa dell’Istria. Ha scritto due bellissimi libri: “Bora” e “Nata in Istria”. La sua collega, coautrice di “Bora”, Nelide Milani, istriana che fa parte dei rimasti quando c’è stato l’esodo. La cito perché il desiderio degli italiani che vivono in Istria, a Fiume, è di essere ricordati e invitati in Italia, cosa che purtroppo non avviene mai.
A.A.: Ci ritroveremo alla rassegna Leggevamo Quattro Libri al Bar (n.d.r.: 19 – 25 settembre 2011, a Pavia e in tutta Italia). Ha un ricordo legato al mondo dei bar che desidera raccontarci?
L.D.: Ho un ricordo bellissimo del bar dell’Agip, che ora non c’è più, dove mi trovavo con i miei amici quando avevo sui trent’anni. Ricordo con nostalgia anche il bar Demetrio di una volta che era molto bello, e ho saputo che vi si radunavano i patrioti che cospiravano per l’Italia quando c’erano ancora gli austriaci in Italia. Quando il Demetrio ha avuto questa veste nuova vi si tenevano le veglie studentesche, nel periodo in cui frequentavo l’università, e ho vinto una gara di ballo: il premio che mi consegnarono fu un disco, la colonna sonora del film “Il laureato”.
A.A.: Progetti per il futuro?
L.D.: Sto scrivendo una biografia di Giovanni Palatucci, ultimo questore della città di Fiume, che ha salvato mille ebrei e anche degli antifascisti. Mi incuriosice perché mio padre è stato arrestato proprio quando c’era Palatucci alla questura e sono stati entrambi deportate a Dachau. Purtroppo mio padre è morto prima che io conoscessi la storia di Palatucci, e quindi non ho mai potuto chiedergli se si conoscevano, e come mai non ha potuto aiutarlo. La mia madrina, che vive a Voghera, mi dice sempre che si ricorda di Palatucci che arrivava alle 10 di mattino nel bar più bello
di Fiume, dove suonavano musica classica com’era in usanza nella nostra città, e arrivava molto elegante a prendere l’aperitivo o il caffè. È una figura che mi ha molto colpita anche per quello che ha significato per gli ebrei, e perché lui era di Avellino, ma aveva la fidanzata fiumana e si era appassionato alla città. La biografia che sto scrivendo comprende delle notizie indedite, infatti a maggio sono stata al circolo culturale Unione Italiana di Fiume e ho trovato un articolo di giornale dove si parlava di uno storico croato che demoliva la figura di Palatucci, sostenendo che lui avesse salvato solo la sua morosa e al massimo due ebrei, e gettando altro fango sugli italiani e sul conteggio delle vittime. Accludo nel mio libro anche una critica a questo storico.
A.A.: Grazie per la disponibilità e a presto!
L.D.: Grazie a lei.
Intervista pubblicata su www.vivereconlentezza.it






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