Esce per Meridiano Zero: Stanze nascoste, di Derek Raymond
Posted By Aurora Alicino | March 5, 2011
Scheda libro a cura di www.meridianozero.it
Stanze nascoste
di Derek Raymond
traduzione di Federica Alba
e Pamela Cologna
Pag. 352 – Euro 16,00
ISBN 978-88-8237-224-8
«Lo scopo del noir è mostrare tutta la merda che lo Stato, come una vecchia domestica isterica, cerca costantemente di nascondere sotto il tappeto. Il noir solleva il tappeto davanti al maggior numero di gente possibile dicendo: “Non pensate anche voi che qua sotto ci sia una gran puzza di merda?”»
Robin Cook, più noto come Derek Raymond, uno dei più grandi scrittori di noir di tutti i tempi, era in grado di far respirare tra le pagine l’odore vero del sangue e cantare della follia quanto dell’amore. Denso come un liquore, come la paura, come la colpa, come Raymond Chandler, Jim Thompson, David Goodis, Chester Himes, ha regalato al noir un’anima metafisica.
Era nato, come un piccolo principe, tra le lusinghe e i privilegi delle classi alte, il 12 giugno 1931, a Baker Street, a qualche passo dalla casa di Sherlock Holmes. Cresciuto tra Eton e il castello di famiglia nel Kent, avrebbe potuto vedere esaudito ogni suo capriccio.
Ma la Seconda guerra mondiale portò via la possibilità di essere al contempo innocenti e fortunati. Sotto le bombe la morte era troppo vicina, l’iniquità del classismo troppo nuda. Raymond decise di abbandonare la comodità e di cercare una nuova casa tra i bordelli, i quartieri maledetti, i bar malfamati e le prigioni dell’Europa. Della Spagna di Franco, dell’Italia liberata, della Francia dei piccoli borghi, abitò i marciapiedi sporchi di sangue e di malavita, e la terra fertile dei contadini, godendo il piacere del vino e della stanchezza nelle braccia.
Ha fatto ogni lavoro possibile, ha lasciato che la fatica e il bere solcassero il suo viso in un reticolo di rughe aspre come ferite, è ritornato a Londra per immergersi nel sottobosco della criminalità degli anni ’60; la sua stessa vita è stata un noir. Non ha mai avuto un soldo in tasca, nemmeno quando per strada veniva riconosciuto come il grande autore de Il mio nome era Dora Suarez, e ha sempre saputo che la sua essenza era nella scrittura, il noir era il suo modo di tenere la vita nel palmo, come un cuore pulsante, sofferente, disperato.
RAYMOND E IL NOIR
“La funzione del romanzo noir e’ di impedire alla gente di dimenticare l’orrore che regna attorno a noi.” (Derek Raymond)
Che cos’e’ o cosa non e’ il noir?
Derek Raymond: E’ qualcosa che concentra l’attenzione su una certa parte della societa’. O se preferite, su una certa parte della psiche umana, in certe condizioni di pressione sociale. E’ proprio questo quello che intendo. Il risultato e’ noir per forza. Si puo’ vedere questo genere di cose dappertutto. La gente fa finta che non sia reale, e io insisto che e’ reale. E’ noir perche’ e’ molto deprimente. E’ noir nella stessa maniera in cui i romanzi di Emil Zola erano noir.
Ma chi e’ che puo’ aver voglia di leggere di tutto questo sangue e questa violenza?
D.R.: Un sacco di gente, in realta’. Non la borghesia, pero’, con rare eccezioni. Diciamo la verita’: chi e’ invece che vuole leggere un romanzo da middle class? E’ scritto da uno della middle class, che vive in una bella casetta, in una zona signorile, si sveglia ogni mattina, fa colazione, poi va nello studio a lavorare, chiuso nella sua torre d’avorio, prima di andare al club. E non esce mai. Non vede mai il mondo. Questa non e’ letteratura, e’ una pappetta ben confezionata. Lo so che e’ una generalizzazione e non e’ vera in assoluto, ma e’ vera circa per il 90% per gli scrittori inglesi e americani.
Lo pensa davvero? Ci sono scrittori americani di noir che vengono dagli anni ’50 – Thompson, Goodis – ma ce ne sono adesso?
D.R.: Di sicuro i primi romanzi di Ellroy: lui sa com’e’. E’ tornato da scuola quando aveva 14 anni e ha trovato il cadavere di sua madre. Questo gli ha dato una certa scossa, per usare un eufemismo.
Perche’ questa attrazione per la morte?
D.R.: Dietro a ogni maschera di clown, c’e’ sempre un’altra persona, completamente diversa. Io divento un altro quando comincio a scrivere. Non riesco ad abituarmici. Sono un simpaticone nella vita. Non penso mai alla morte. Ma quando comincio a scrivere, scompare tutto per essere sostituito da un altro individuo, o da un altro spirito.
“Il mio nome era Dora Suarez”, e’ una specie di lunga notte, di discesa agli inferi…
D.R.: Suarez… Per tutto il tempo in cui l’ho scritto, non sono stato capace di addormentarmi senza una luce accesa! Non faccia l’errore di confondere il Raymond che ha oggi davanti a lei, cordiale con tutti, pieno di entusiasmo, con l’altro Raymond, l’altro me stesso, quello di Suarez. Non e’ schizoide, e’ complementare. Suarez, il noir come lo intendo io, e’ un po’ come se qualcuno – lei, io – facesse una passeggiata in un giardino pubblico una sera al crepuscolo, e si imbattesse all’improvviso in qualcosa di orribile che lo sgomenta fino al terrore. La catastrofe, la morte. Allora, davanti allo schermo del computer, alla macchina, non resta che una sola cosa da fare: scrivere. Certo, non ci si puo’ immergere a tal punto in una simile esperienza e uscirne incolumi, come si era prima. Non esistono mezze misure.
E’ molto severo con l’Inghilterra…
D.R.: Non l’Inghilterra, la societa’ inglese… questa si’ che non riesco a inquadrarla! Ma mi piacciono molto gli inglesi, i miei cari compatrioti. Certi almeno. Negli ambienti che frequento io. O gente come Francis Bacon, che ho conosciuto un po’… William Shakespeare, eccellente sceneggiatore di noir, Wilkie Collins, Ted Lewis…
Per lei i libri noir sono libri delle classi popolari, o per le classi popolari?
D.R.: Per me sono libri sull’uomo. Gli elementi della natura umana di cui ho gia’ parlato sono presenti in chiunque, a prescindere dalle barriere sociali.
Fonte: www.meridianozero.it






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