My only friend, the end
Posted By Aurora Alicino | February 13, 2011
A gambe incrociate sul bagnasciuga, il portatile poggiato tra la pancia e le ginocchia, sto scrivendo con le mani e il volto lordi del sangue di David. Ho voluto concedermi un ultimo pasto decente prima di lasciare questo schifo di mondo. È più denso, e ha un retrogusto amarognolo che il sangue fresco, di persona sana, non ha. Ma è pur sempre meglio di quello animale.
Ho il coltello accanto a me. Lo userò non appena finito di scrivere questo post di addio. Mi avete letta sinora, ed è giusto che vi racconti come sono andate le cose dallo scorso 3 febbraio a oggi. Il vecchio mi tiene d’occhio seduto sul gradino d’ingresso, il fucile in mano, nel caso cambiassi idea. Ogni tanto sbadiglia. Mi innervosisce, faccio fatica a concentrarmi su quel che scrivo, ma so di potercela fare, è l’ultimo sforzo…
Abbiamo attraversato la Germania, puntando al nord, per forza di cose abbiamo dovuto deviare verso ovest, nel bacino della Ruhr. Impressionante: una distesa di città perdute, per quello che potevamo vedere in mezzo alla vegetazione fitta. Fauna da paradiso terrestre: conigli, nutrie, cervi, cinghiali, volpi, poiane, aironi, anatre, cicogne… molti non li ho saputi riconoscere, ed erano curiosi per giunta, non sembravano affatto aver paura di noi, consci di essere loro i padroni di casa. La natura si è ripresa il suo terreno, alla fine, l’uomo non è riuscito a distruggere questo pianeta, ma solo se stesso.
Abbiamo scorto un paio di sottili strisce di fumo in lontananza: fuochi di camini? Di accampamenti? Roghi in esaurimento? Non siamo andati a sincerarci della loro natura, abbiamo preferito tenerci lontani da qualsiasi forma di vita umana e continuare per la nostra strada.
Una mattina, a un angolo della strada, abbiamo visto una coppia di sonnambuli, immobili, ci siamo chiesti se fossero vivi o morti. Sergio e io ci siamo avvicinati con cautela, sebbene io sapessi che non avrebbero attaccato me, o almeno questo è ciò che si legge sul web: i Gialli non si cibano di altri Gialli. Erano seduti, abbandonati contro un tronco, abbracciati. Lei aveva gli occhi chiusi, poggiava la testa sulla spalla di lui e lo aveva morso, i denti conficcati ancora nella carne livida, il sangue scuro, rappreso in rivoli lungo il petto. L’uomo aveva lo sguardo fisso davanti a sé e la teneva così stretta… Ho iniziato a singhiozzare. Era chiaro, per me almeno, che l’aveva amata sino all’ultimo, fino a immolarsi – seppur inutilmente – per lei. Nessuno invece avrebbe tenuto me tra le braccia alla fine. Rimpiansi Gionata, il suo affetto così anomalo, discontinuo, eppure l’unico che avevo conosciuto da anni. Il suo calore.
Sergio mi ha stretto una spalla: “Andiamo, Aurora, non c’è tempo per indugiare”. Lo ha detto con un tono pacato, quasi dolce, che non mi sarei mai aspettata. Allora ho capito: loro sapevano, tutti. Mi sono guardata le mani e ho notato il mio colorito non ancora giallo, ma sempre più pallido, malato. Loro sapevano di me e David, eppure non avevano il coraggio di ucciderci, e continuavano a fidarsi, a credere che io volessi e potessi mantenere ancora il mio ruolo. Non so cosa ho provato in quel momento. Riconoscenza? Orgoglio? Fatto sta che mi sono ripresa subito e abbiamo chiamato gli altri, rimasti indietro, per proseguire.
Abbiamo viaggiato lungo il confine tra Germania e Paesi Bassi, o almeno nelle sue vicinanze, fino a raggiungere la costa. E qui ci siamo fermati incantati davanti a una scena davvero inattesa: una giovane donna e una bambina, capelli biondo ramati e vestiti bianchi lunghi, ingombranti, che si rincorrevano giocando in riva al mare. Quando ci hanno visti hanno gridato all’unisono, la piccola è saltata in braccio alla donna e sono corse a rifugiarsi in casa, una sorta di baita a un piano solo. Subito dopo a una finestra si è affacciato un vecchio con il fucile spianato. Ci ha parlato prima in quello che suppongo fosse olandese, poi in un inglese stentato, chiedendoci chi fossimo. Sergio ha deposto la sua glock e si è fatto avanti con le mani ben in vista, spiegando le nostre intenzioni. Gli è bastata un’occhiata per capire che non eravamo malintenzionati e ha permesso al gruppo di entrare. Tranne a David e me: “None of them”. Si è accorto subito che non eravamo proprio in forma.
Ha però acconsentito a farci sedere attorno al fuoco quella sera, all’aperto, anche se ben in vista e lontano da loro tre. Il vecchio si chiama Karel, ha il volto rugoso e cotto dal freddo che pare un ceppo di legno intagliato, la voce arrochita dall’esperienza. La donna è sua figlia Lidwien, ha vent’anni ma il fisico forte e vigoroso. Ha dato alla luce la piccola Cloë solo tre anni fa, quando il suo uomo era già morto, vittima di un attacco di sonnambuli a Eindhoven, dove avevano vissuto sino ad allora. La moglie di Karel, invece, è stata più fortunata: malata di cuore, se n’è andata nel sonno molto tempo prima.
Siamo rimasti tre giorni in questo posto che sembra fuori dal mondo, un’oasi tranquilla, conversando in inglese. Giaciglio mio e di David è stata la sabbia sottile e soffice, poiché non abbiamo mai avuto il permesso di accedere alla baita. Stefano mi ha aiutata a montare la tenda ma non l’ho usata, ho preferito passare le mie ultime notti a contare le stelle, ad ascoltare il canto della civetta, l’ansare del barbagianni. A seguire con lo sguardo i volteggi delle lucciole, o forse delle fate…
Chissà se David in quella tenda ha dormito, se sognava ancora, non lo sentivamo più parlare già dal nostro arrivo in Olanda.
Poi Karel ha raccontato di avere una barca a motore e vele nascosta presso una cala, e una buona scorta di carburante e cibo in scatola. L’ha offerta a Sergio a patto di portare Lidwien e Cloë con il gruppo. Lui è molto anziano, si sente prossimo alla fine e sa che non potrà proteggerle ancora a lungo. Pensa sia stato dio a farci arrivare lì come risposta alle sue preghiere. Ne ha parlato con sua figlia che, seppure restia ad abbandonarlo, ha capito che è per il bene della piccola. Noi… o meglio, loro, Sergio e gli altri, rappresentano l’unico futuro possibile, la sola opportunità di ricostruire qualcosa.
Ovviamente Sergio ha accettato. Marika si è subito mostrata felice di avere un’altra donna nella compagnia, e una bambina soprattutto, sana e robusta come non ci si aspetterebbe di trovare nessuno oggi giorno. Ha un sorriso contagioso, occhi verdi, luminosi e senza paura, troppo piccola per aver conosciuto o ricordare gli orrori di questi anni. La sua voce sono squittii di topo. Non parla inglese, tanto meno italiano, ma nulla le ha impedito di fare presto amicizia con Mattia, che ha accettato di buon grado, non so se per istinto protettivo o piuttosto per un certo interesse. È così bella. E così profumata… Ho iniziato a percepire l’odore del sangue che scorre nelle loro vene. Soprattutto in quelle dei più giovani. A volte per non pensarci sono corsa via, lasciando che gli alberi mi ferissero il volto e le mani, sono andata a caccia come un predatore, straziando e squarciando con le mani e i denti le vittime del mio arco e bevendone il sangue, per saziare la mia sete. Non capisco come David riuscisse a mantenersi così calmo, era apatico, lo sguardo perso, eppure stava in piedi e camminava, lento ma senza vacillare. Ero costretta a nutrirlo io per evitare che magari si risvegliasse e facesse del male a qualcuno.
Poi, finalmente, sono partiti alla volta delle isole Frisone. Prima tappa per un viaggio che si prospettava lungo, fino forse alla sognata Irlanda.
Ho regalato il mio arco a Mattia. Piangeva il ragazzo quando ci siamo salutati, ma non ho voluto che mi abbracciasse, avevo paura di non sapermi controllare. Gli altri sono rimasti molto composti, freddi oserei dire.
Chissà se arriveranno mai dove desiderano.
Intanto io qui ho eliminato un problema: ho chiesto al vecchio di essere io a uccidere David e me l’ha lasciato fare volentieri. Non è stato difficile, anzi, ho goduto bevendo il suo sangue ancora caldo.
Ora, è tutto finito. Non mi resta che spegnere il mio portatile e togliermi la vita. Eppure…
È il tramonto, forse il più bello che io abbia mai visto. Il sole è un grosso tuorlo tremolante che ridisegna l’orizzonte con la sanguigna e incendia l’oceano. Gabbiani lanciano il loro grido di sfida volteggiando lontano. Sospiro. Passo la lingua sulle labbra. Ho un brivido. Il vecchio ha il fucile poggiato sulle ginocchia, si sta grattando il capo, è stanco. Chissà se ha ancora i riflessi pronti, se la sua vista e la sua mira sono davvero buone…
Soppeso il coltello tra le mani. In ogni caso, oggi sarò libera.
***
***
Così si conlcude la mia storia.
Ho scritto questo racconto appositamente per l’esperimento di scrittura collettiva Survival Blog, di Alex Girola.
Link e precedenti puntate li trovate nella relativa pagina statica.
La foto in testa al post non so di chi sia: l’ho trovata cercando immagini con google e mi è sembrata perfetta. Quello è il tramonto che vedevo dalla “mia” spiaggia olandese.
Un ringraziamento speciale, come sempre, a Hell, senza il quale il mio Survival Blog non sarebbe stato lo stesso.







Leggerlo “due volte” fa sempre un certo effetto…
La sorpresa è grande. Molto.
Ma… c’è un rigo, in particolare, di quest’epilogo che mi ha proprio conquistato, un piccolo, piccolo dettaglio…
Devi dirmi qual è!
Anche in privato, se preferisci…
È l’accenno alle fate.
Piuttosto poetico.
Una poetica della fine (della ragione), intendo.
Ciao!
P.S.: se sei su faccia-libro mi sa che puoi linkare direttamente il tuo epilogo sul paginone del SB come hanno fatto gli altri.
Grazie…
Ok, ora guardo su faccia-libro
Beh, che dire… è davvero un bel racconto!
Si sa fin da subito che fine farà la protagonista e gli avvenimenti iniziali sono come segnali di avvicinamento al punto di non ritorno, ma l’incontro con la famiglia olandese e quello che segue, fanno quasi dimenticare tutto ciò, fino a: “È così bella. E così profumata…”.
Leggendo per la prima volta, quelle tre parole, così delicate in altri contesti, sono state un colpo basso.
A mio avviso, sei riuscita a racchiudere l’intero racconto in quei due periodi brevissimi che ho citato.
Grazie, Fabio!
Contenta di averti rifilato un pugno nello stomaco… virtuale, s’intende.
(off): in ritardo causa febbre (giusto per stare in tema di pandemia XD) ma finalmente sono riuscito a leggere anche il tuo ultimo contributo. Bel finale, tragico e poetico allo stesso tempo. Uno dei SB che ho seguito più volentieri!
Ciao,
Gianluca
Ciao Gianluca, grazie di cuore!
[...] Aurora È un’infetta, avverte il cambiamento e, allo stesso tempo la voglia di uccidere. Nelle sue fughe nel bosco, a caccia di animali di cui cibarsi, vede il mondo che pare essere mutato, pur restando lo stesso (cit.). Una nuova intelligenza si sta affacciando pian piano, una nuova percezione. Il mondo dei Gialli deve essere mitico come quello abitato dalle fate e dai mostri del Sonno della Ragione. Il vecchio che le fa da custode e giudice è debole e lei può ancora determinare il suo destino. [...]