Intervista a Mirko Rizzotto
Posted By Aurora Alicino | September 10, 2010
Ho scambiato due parole con Mirko Rizzotto, autore de I passi oscuri di Cristo, riguardo il suo interessante e originale romanzo edito da Pagine Svelate (Gruppo Editoriale Runde Taarn).
A.A.: Ciao Mirko, benvenuto su Message in a Book.
M.R.: Ciao, ti ringrazio, è per me un vero piacere essere ospitato qui.
A.A.: Tu sei un saggista e uno storico; “I passi oscuri di Cristo” è il primo romanzo che scrivi?
M.R.: Si tratta del secondo romanzo che ho scritto, il primo si intitolava “Ghost Train”, che scrissi per Runde Taarn con il nome d’arte di Kurt Keaton, nel 2009. Si trattava di un romanzo horror che riprendeva una leggenda del folklore veneto, incentrata sulla storia dell’avvistamento periodico di un treno fantasma, foriero di sventure. In precedenza i miei lavori vertevano soprattutto su saggi e biografie riguardanti il mondo antico e medievale, specialmente sull’età romana e bizantina.
A.A.: Com’è nata l’idea per questo libro?
M.R.: “I passi oscuri di Cristo” ha una genesi piuttosto lunga, anche se non direi travagliata. Come ho accennato nella postfazione al romanzo l’idea mi nacque fin da bambino, colpito come fui dalla maestosità della figura di Gesù di Nazareth nel film-capolavoro di Franco Zeffirelli, specialmente nella scena dell’esorcismo che il Cristo operò sull’indemoniato di Cafarnao. Cominciai con il tempo a chiedermi come un antico romano, greco o ebreo vedesse quel tipo di manifestazioni soprannaturali e soprattutto come reagisse a esse. Scoprii così che nel mondo antico l’uomo viveva un rapporto molto lucido con l’orrorifico e con quello che Freud definì “il perturbante”: il terrore per il ritorno dei morti, per le possessioni diaboliche, per il manifestarsi di un defunto o di un demone erano sensazioni che ciascuno sperimentava a livello quasi quotidiano, mentre oggi le consideriamo una vera e propria irruzione del soprannaturale nella nostra vita di tutti i giorni, uno strappo nella rassicurante normalità della nostra incasellata esistenza. Tre secoli di rivoluzione industriale, di bombardamenti mediatici e di antidolorifici e anestetizzanti in grado di farci vincere il dolore fisico hanno sensibilmente modellato la psiche umana, che ora si trova a vivere in modo completamente diverso il suo rapporto con il soprannaturale.
Il mio desiderio, nello scrivere questo romanzo, era di recuperare l’idea che delle tenebre e del male poteva avere un uomo antico e di offrirla al lettore di oggi. In questo senso la figura di Gesù divenne per me un’opzione irrinunciabile: uno degli ultimi antichi storici romani, Cassiodoro (di cui, sempre per Runde Taarn, ho tradotto integralmente le “Cronache”) vedeva l’universo come una fortezza assediata dal male, dal diavolo e scorgeva in Gesù di Nazareth, nella sua essenza storica e tangibile il pilastro fondante del creato, in grado di fungere da bastione contro l’assalto delle Forze Oscure. È questo il Cristo che ho voluto riproporre nel mio romanzo, l’ultima luminosa speranza in un mondo assediato dalle tenebre.
A.A.: Qual è il tuo rapporto con il divino?
M.R.: Come storico posso dirti che la fede può oggi trovare un valido sostegno nell’archeologia: è un dato di fatto che oramai abbiamo molte più prove dell’esistenza di un personaggio come Gesù di Nazareth che non dello stesso Giulio Cesare! La fede ritengo sia però un dono, un grande “balzo nel buio” che la Storia può solo in parte supportare. Io sono un cattolico, ma la mia fede non è acritica. Credo che tutti noi, almeno una volta nella vita, siamo stati duramente messi alla prova o colpiti negli affetti più cari: ciò spinge inevitabilmente a porsi delle domande sul senso della vita, sull’esistenza o meno di un Dio giusto e buono, sulla reale possibilità di una vita oltre la morte. Personalmente posso affermare che la vita mi ha riservato sorprese sia amare che entusiasmanti e che, al di là di contenuti momenti di sconforto, reputo di poter dichiarare con serena sicurezza che per me un senso nell’ordine del cosmo e nel destino dell’umanità c’è e che dietro di esso posso intravedere un disegno divino. Avendo perso prematuramente mio padre – un uomo meraviglioso – ho spesso considerato Dio come un vicepapà e poi, crescendo, come un amico fidato a cui confidarmi. Confesso di non essere un praticante assiduo ma ciò non sminuisce la mia fede, la rende solo più personale e intima. Credo che scrivere “I passi oscuri di Cristo” sia stato anche un modo per mettere alla prova le mie certezze, specialmente negli episodi della tentazione di Cristo nel giardino del Getsemani o nell’esposizione dei dubbi filosofici di san Tommaso alla vigilia della resurrezione del Cristo.
A.A.: Hai inteso trasmettere un messaggio specifico ai tuoi lettori?
M.R.: Sì, diversi messaggi, in verità. Nel romanzo ricorre molte volte il tema del commiato, della partenza e del relativo saluto: Giuseppe saluta la prima moglie senza sapere che non la rivedrà mai più, Maria saluta Gesù dandosi un contegno molto affaccendato per non cedere alle emozioni al momento dell’inizio della sua predicazione, Giovanni e Pietro si congedano da Gesù risorto sulle rive del lago di Tiberiade, etc. Ciò che volevo trasmettere era in primo luogo la necessità di non dare mai per scontata la presenza dei nostri cari, di godere ogni istante della loro presenza, di tollerare i loro difetti così come essi sopportano i nostri, perché non sappiamo mai quando cesserà la loro preziosa, irripetibile presenza, che ci priverà della possibilità di dire loro ciò che serbiamo nel cuore. Non abbiate mai paura di dare un abbraccio in più o di dire un secondo “ti amo”, la vita è meravigliosa ma anche imprevedibile, non è così scontato poter rimandare ogni cosa a domani.
In secondo luogo il romanzo è un invito a non lasciarsi andare allo sconforto, neanche nelle situazioni più cupe: un antico proverbio recitava che “è più semplice lasciare spegnere la luce dentro di noi che allontanare le tenebre che ci circondano”. La figura e l’operato di Gesù di Nazareth sono una chiara testimonianza di come la vittoria del Bene sul Male sia sì il frutto di un cammino faticoso, ma non un’impresa impossibile, anzi. Ho volutamente calcato la mano sulla descrizione di un mondo cupo e popolato dai demoni proprio per rendere ancora più luminosa, per contrasto, la figura del Cristo. Un senso per tutto ciò che accade ritengo che ci sia sempre, ma sta a noi trovarlo e non lasciarci abbattere.
A.A.: Hai reso omaggio a Howard Phillips Lovecraft inserendo i Magri Notturni nella tua storia. Si tratta di una semplice predilezione personale, o questo grande autore ha giocato un ruolo particolare nella tua formazione di scrittore?
M.R.: Lovecraft è stato, assieme a Dante, a Emilio Salgari e allo storico romano Tito Livio, l’autore che ha fatto la parte del leone nelle mie letture da adolescente. Da ragazzino copiavo intere pagine dei testi lovecraftiani per impadronirmi del suo stile e scrivere racconti ambientati nel suo particolare e inquietante universo letterario. Senza Lovecraft, del resto, non avremmo avuto le generazioni di scrittori horror che fino a oggi hanno improntato la loro produzione sull’universo del Solitario di Providence. Lo stesso Stephen King, per sua diretta ammissione, fa parte di questa schiatta. Chi scrive oggi horror deve, bene o male, confrontarsi con Lovecraft, anche solo per respingerne le concezioni narrative. Da parte mia lo considero un grande maestro e conto, in opere future, di rendergli ulteriore omaggio con altre citazioni. Per Runde Taarn ho curato la traduzione di due opere di Lovecraft, “La Razza Antichissima” e “Alle montagne della Follia”.
A.A.: A cosa ti stai dedicando ora?
M.R.: Oltre a curare la collana “I Classici del Fantastico” per Runde Taarn, in cui traduco e presento le opere di grandi autori del passato come “Il Fantasma dell’Opera” di Leroux o gli scritti di Le Fanu e di Lovecraft, continuo a seguire la serie dedicata alle biografie dei grandi protagonisti della storia, nella collana “Cronos”, per PagineSvelate. L’ultimo recente titolo è “Eleuterio, un eunuco sul trono dei Cesari”.
Per quanto riguarda la narrativa a giorni uscirà un altro mio romanzo, pubblicato per Runde Taarn con il nome d’arte di Kurt Keaton, intitolato “La Legione dell’Abisso”. Si tratta di un horror-fantasy (il primo di un ciclo) che ha come protagonista una legione romana resuscitata dal regno dei morti che si vedrà catapultata in un mondo futuro assai simile alla Baghdad de “Le Mille e una Notte”, ma popolato da inquietanti presenze. Oltre alla mia attività di scrittore e saggista dirigo inoltre il più antico museo archeologico della provincia di Verona e collaboro con l’Associazione Culturale Bisanzio per la rivista storico-scientifica “Porphyra”.
A.A.: Grazie per la disponibilità, a presto!
M.R.: Grazie a te per la bella chiacchierata, alla prossima!





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